Francesca è una studentessa universitaria che al momento sta facendo una stage presso la nostra scuola. Frequenta il corso di laurea in Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio presso Ca’ Foscari di Venezia. Sogna di vivere all’estero e ama viaggiare.

Un brevissimo background

Chiunque si sia affacciato, anche solo brevemente, allo studio di una lingua straniera (proveniente magari da un ceppo linguistico differente) si sarà sicuramente accorto che la sintassi cambia enormemente. Ovvero, la struttura grammaticale che il parlante usa per esprimersi è diversa da lingua a lingua. Alcune hanno una struttura similare: ad esempio l’italiano, il francese e lo spagnolo hanno strutture sintattiche simili perché derivanti dal latino; invece inglese, tedesco e svedese sono simili tra loro, ma diverse da quelle citate prima perché non derivano dal latino, bensì da una radice ricostruita, chiamata protogermanico.

Lingua germanica e lingua neolatina

Visto che ci troviamo a Thiene, prendiamo in considerazione solo due lingue: l’italiano e l’inglese, esempio che calza a pennello visto che non hanno un’origine simile. E’ necessario notare che il latino ha influenzato molto l’inglese perché i Romani si erano insediati nell’attuale Inghilterra molto prima dei Germani. Successivamente, con la caduta dell’Impero Romano e la conquista da parte delle tribù germaniche di questo territorio, la lingua inglese è cambiata radicalmente. Tuttavia, rimangono ancora delle tracce in alcune parole; troviamo infatti due termini per indicare lo stesso concetto: ad esempio, “oscurità” possiamo tradurla con “darkness” (di origine germanica) oppure con “obscurity” (di origine latina). La struttura sintattica di cui parlavo prima, però, è cambiata ed ha assorbito quella delle lingue germaniche. Un semplice riferimento si può fare al modo in cui poniamo una domanda, che in inglese deve sempre cominciare con un verbo o un elemento wh-, e il fatto che nel 98% dei casi, le frasi inglesi devono per forza avere un soggetto espresso. Questo in italiano non avviene e la cosa può creare confusione all’inizio, soprattutto perché per parlare in inglese, prima pensiamo in italiano e istantaneamente traduciamo in inglese.

Alcuni esempi

Ma se un inglese madrelingua usa una determinata struttura sintattica e un italiano madrelingua un’altra, queste due persone pensano allo stesso modo o cambia qualcosa? Non si è ancora arrivati ad una dimostrazione scientifica di ciò, però molti che imparano una lingua e la studiano a livello avanzato, notano una differenza. Prendo in esempio me stessa: se parlo in italiano, sono impulsiva, tendo a pensare meno a quello che dico e tendo a dire più parolacce in ambienti in cui posso dirle; se parlo in inglese, innanzitutto il mio timbro di voce diventa più acuto (ma questo è derivato da questioni fonetiche di cui non parlerò adesso, tuttavia se vi interessa posso scriverci un articolo), raramente dico parolacce, parlo più lentamente e penso di più a quello che devo dire.

Un altro esempio utile sono i pensieri: se voglio esprimere un concetto in italiano, cerco delle espressioni molto elaborate, perché la grammatica me lo permette; l’italiano è considerato una lingua barocca, molto complessa; se esprimo lo stesso concetto in inglese (o in tedesco), esso avrà una struttura più semplice, le frasi avranno meno subordinate, proprio perché la sintassi di queste lingue è più semplice.

Come ultimo punto a favore della tesi: se parlo una lingua A penso in un modo, se parlo una lingua B penso in un altro, vi voglio presentare una tribù aborigena originaria dell’Australia: Kuuk Thaayorre. Questa tribù è stata presa in esame per una interessante particolarità: non hanno delle parole per indicare “destra” e “sinistra”. Per esprimere la direzione di qualcosa o indicare dove qualcosa si trova usano i punti cardinali: nord, sud, est ed ovest. Quindi per dire “hai un ragno davanti al tuo piede destro” useranno la frase “hai un ragno a nord del tuo piede est”. Sarebbe impossibile per noi esprimerci così, perché possediamo i concetti di “destra” e “sinistra”. Ma per loro è normale, perché ogni pensiero è adattato al territorio. Per salutare una persona, non dicono “ciao”, ma chiedono “in che direzione stai andando?”.

La stessa concezione del tempo presente in questa tribù è stupefacente: mentre per noi il tempo è dislocato dallo spazio, per loro è intrinseco nel paesaggio e va sempre da ovest ad est (come per noi da sinistra a destra); ma vediamo un esempio pratico: se poniamo un membro di questa tribù davanti ad un albero, per avere un punto di riferimento, e gli chiediamo di descriverci il tempo, lui risponderà che va “da qui a qui” (alzando prima il braccio sinistro e poi quello destro); ora gli chiediamo di dare le spalle all’albero e gli poniamo la stessa domanda; la reazione che ci aspettiamo sarebbe che alzasse prima il braccio destro e poi quello sinistro – perché noi concepiamo lo spazio come staccato dal tempo – ma lui alzerà sempre prima il braccio sinistro e poi quello destro. Si nota quindi che la direzione del tempo è cambiata, perché è cambiato lo spazio.

Per concludere

Se vi interessa un approfondimento su questo discorso, guardatevi questo video di Lera Boroditsky: https://www.ted.com/talks/lera_boroditsky_how_language_shapes_the_way_we_think (Lera parla in inglese, quindi è anche un esercizio per l’ascolto).

Attualmente molti ricercatori stanno cercando di capire se e come un assetto linguistico modifichi, anche di poco, il modo in cui noi pensiamo. In attesa che ci siano sviluppi, vi lascio con una citazione:

When you enter another language and speak with its speakers, you become a slightly different person; you learn a different sort of the world.

Kate Grenville